Millecento
I racconti di Riccardo Francavilla
Millecento
Dicembre 1996
Millecento di Riccardo Francavilla

Immagine: Millecento di Riccardo Francavilla - Visibile su www.prod8.it

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Andavo abbondantemente oltre il limite dei 50 chilometri orari indicati dal cartello. La strada era piuttosto stretta, come tutte le statali di montagna. Stavo scavalcando il fiumiciattolo che una volta riforniva d'acqua l'intera valle sottostante, ora rattrappito su se stesso e costretto a guadagnarsi la strada fra gli ostacoli più disparati. Subito dopo cominciava il rettilineo, un paio di chilometri di strada con due o tre curve piuttosto insignificanti. Ne avevo percorso si e no un terzo, quando venni superato da una millecento. Una vecchia FIAT millecento modello D con targa antidiluviana, originariamente di colore bianco. In circostanze normali la cosa mi avrebbe lasciato indifferente, ma quella macchina aveva qualcosa di strano: alla guida non si vedeva nessuno, o forse il guidatore era così basso che non riusciva a far spuntare la testa dal sedile. Chiunque fosse alla guida, comunque, conosceva bene la strada e sembrava calcolare le traiettorie con una precisione quasi maniacale, senza sbagliarne una. Mi costrinse a stargli dietro per quattro o cinque chilometri, prima di trovare nuovamente un punto dove poter sorpassare. Stavo per scalare in seconda per poter effettuare il sorpasso comodamente, quando mi accorsi di una cosa abbastanza ovvia, ma che prima non avevo notato, forse perché ero distratto dalle notizie allarmistiche del giornale radio riguardo alle manovre militari sul nostro confine, forse perché concentrato sull'assurda possibilità che al volante della millecento non ci fosse nessuno: la macchina non faceva alcun rumore. E dire che la millecento, per il suo periodo, era pur sempre una macchina rumorosa, senza considerare il fatto che i progettisti FIAT non si sono mai dannati per dotare le loro creature di marmitte silenziose. Inoltre, era come se dal tubo di scappamento non uscisse nulla, neanche un po' d'aria per confondere le idee, assolutamente niente. Una simile mole di dati incongruenti sarebbe stata sufficiente per mettere in allarme, o perlomeno insospettire, anche mia nonna, pace all'anima sua. Devo inoltre sottolineare che mia nonna non aveva la patente, non sapeva guidare e probabilmente non sarebbe stata in grado di distinguere una millecento da una Maserati BiTurbo. Decisi quindi di inseguire l'alieno sospetto, sia pur con molta circospezione. Avevo percorso al massimo un chilometro dalla storica decisione, quando la statale entrò nel paese di Ponterotto, come pubblicizzato dal cartello di colore standard sul margine destro della cunetta. La millecento parve approfittare del mio attimo di stupore per insinuarsi in una stradina laterale, sotto un vecchio arco di roccia scavato tra due antiche abitazioni montane. Via del raccolto, indicava il cartello. La strada terminava dopo neanche trecento metri, di fronte ad un cancello dall'aspetto piuttosto robusto. Nessun campanello, nessuna indicazione sui fantomatici possessori di quel silenziosissimo cimelio automobilistico, indifferentemente posteggiato sotto il salice più piangente che avessi mai visto. La casa era, o perlomeno sembrava, una tranquilla villetta di campagna, con tetto in cotto, grondaie in rame, infissi in legno, una catasta di legna per l'inverno ammucchiata in un angolo, giardino ben curato, una notevole varietà di alberi quasi perfetti, il salice tristissimo, un acero di un rosso che sembrava uscire da un quadro ad olio fiammingo, fiori dai colori così accesi che sembravano disegnati da uno scolaro delle elementari. Perfetta. Assolutamente perfetta. Quasi finta. Tirai fuori da sotto al sedile del passeggero la mia reflex con il teleobiettivo. Era lì, efficiente come al solito, assolutamente giapponese. Inquadrata nel mirino, la millecento sembrava addirittura non avere una marmitta. Per niente. E il fremito della mia reflex mi fece immediatamente capire che anche gli alberi, rigorosamente di plastica, erano stati fabbricati in Giappone, o al massimo in Cina. Molto sospetto. Ormai tutti i particolari interessanti erano impressionati indelebilmente sui miei due rullini, quindi feci marcia indietro, tornai fino all'ufficio postale che avevo sorpassato entrando in paese e posteggiai in doppia fila. Entrai dentro, misi i due rullini in una busta, chiesi un modulo per una raccomandata e inviai il tutto al mio indirizzo di casa. Un classico. L'avevo visto fare in molti film. Anche la jeep che sbucò poco dopo da dietro l'angolo era un classico, persino troppo americanizzata per essere del nostro esercito. Eppure la targa e le insegne parlavano chiaro. Ed anche i due soldati, il sergente ed il maresciallo erano perfettamente in regola e talmente efficienti che non feci nemmeno in tempo a capire cosa stesse succedendo ed ero già in arresto.
- In arresto? E per cosa?
Ma i quattro militari non sembravano molto ciarlieri. Muti come pesci. Mi caricarono sulla jeep e ci dirigemmo verso la casa di prima. La mia macchina rimase davanti all'ufficio postale, in doppia fila, con la reflex sotto al sedile e le portiere non chiuse a chiave.
- Addio - pensai rivolgendole un ultimo sguardo.
Ora però cominciavo a preoccuparmi, anche se avrei finalmente potuto osservare da vicino quella straordinaria millecento. Almeno così pensavo. In realtà la macchina non c'era più, fatta sparire da chissà quale mano sconosciuta. Davanti al cancello un uomo in abiti civili attendeva pazientemente l'arrivo della jeep. Mi fecero scendere e mi accompagnarono dall'uomo. Mi strinse cordialmente la mano, ostentando un sorriso fasullo come quello degli spot pubblicitari, poi mi diede un pugno tremendo tra lo zigomo destro e l'orecchio. Svenni.

La stanza era buia. Ero sdraiato su una branda appoggiata ad una parete. Ero completamente vestito, scarpe incluse. Non potevo dire quanto fosse grande, per quanto ne sapevo poteva essere un salone o uno sgabuzzino. Non sentivo assolutamente nulla. Neanche il minimo scricchiolio. Non avevo più il portafogli ma, stranamente, mi avevano lasciato l'orologio. Cercai di misurare la stanza camminando carponi. Il pavimento era piuttosto morbido, probabilmente di sughero. Stessa cosa anche sulle pareti. Il che spiegava anche il silenzio totale. Una vera e propria prigione con tanto di isolamento acustico. Dalle dimensioni la stanza si rivelò subito per uno sgabuzzino, o giù di lì. Cercai qualcosa sulle pareti, una presa d'aria, un interruttore, il vano di una porta, ma non c'era assolutamente niente, perlomeno non a portata delle mie braccia. Mi accovacciai in un angolo e rimasi in attesa. Passarono due o forse tre ore, poi sentii un rumore metallico e una porta apparve quasi magicamente, perfettamente mimetizzata nel sughero della parete. La luce che proveniva dalla porta era abbastanza debole, forse volutamente. Il tizio che entrò era inequivocabilmente un militare, ma questa volta un ufficiale, con almeno tre etti di decorazioni di stoffa sul lato sinistro della giacca della divisa. Era senza cappello ed era armato. Mi rivolse un sorriso di plastica, tanto che già mi aspettavo il pugno successivo, ma poi si sedette sul bordo della branda e fece un sospiro.
- Sono piuttosto imbarazzato - iniziò. - Lei è stato vittima di uno spiacevole malinteso. Le porgo le più vive scuse del Comando Generale.
- E con il pugno, il sequestro di persona e la mia macchina come la mettiamo? - tentai di rispondere come diversivo, soprattutto per capire dove volesse arrivare l'ufficiale.
- Per il pugno non posso fare niente, se non mostrarle il mio sincero pentimento. Per quanto riguarda il resto, le assicuro che il Comando Generale è disposto a risarcirla in maniera adeguata per quanto ha dovuto subire. In maniera assolutamente adeguata.
- E la millecento? - chiesi imprudentemente.
L'ufficiale mi guardò con un'aria delusa, quasi dispiaciuta. Abbassò lo sguardo e cominciò a scrutarsi la punta delle scarpe, pensieroso. Erano delle scarpe nere, lucide, con delle strep al posto dei lacci.
- Delle strep? - pensai.
Osservai l'ufficiale più attentamente, notando che tra le decorazioni ce n'era una che sembrava presa dall'ultimo numero di Topolino. Un lampo mi balenò nel cervello, una luce dopo tutto quel buio, una piccola anche se assurda speranza. Mi guardai intorno, alla debole luce che filtrava dalla porta. In alto, su una delle pareti, c'era un grande specchio minaccioso.
- A cosa può servire uno specchio in una prigione? - pensai.
Con un gesto fulmineo sfilai la pistola dalla fondina dell'ufficiale e sparai. Poi mi puntai la pistola alla tempia e sparai ancora. Tanto era a salve. Dovevo capirlo prima. Era una maledettissima candid camera. Continuai a sparare per aria, contro il muro, per terra, mentre già iniziavo a sentire gli applausi e le risate della troupe.
- Per questo non posso fare niente - dissi all'ufficiale.
Poi gli mollai un pugno così forte che ancora oggi a volte sento una fitta nelle nocche della mano destra e sorrido.

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